martedì 9 marzo 2010

...da Ascoli è tutto, a voi la linea.

Stamattina ho letto della morte di Tonino Carino...

Sarà pure il tempo da schifo, ma non mi prendeva così male da tempo. Ho pensato pure di scriverci qualcosa, ma non ci riesco.

E' quel bastardo di splendido passato che se ne va a farsi fottere...

Picci - 09.03.2010

venerdì 8 gennaio 2010

"Tutto il calcio" fa 50 anni, quando il pallone si guardava con le orecchie

"Per coloro i quali si ponessero solo ora davanti ai diffusori", questa frase non significherà nulla. Perché oggi i diffusori sono dolby surround, e l'affanno di Del Piero ti arriva alle spalle, tu steso sul divano con la frittata di cipolle, e lui lì a faticare come un matto. Domenica sera c'è Juve-Milan, e il 10 gennaio 1960 era invece Milan-Juve: il sorteggio ha scelto l'appuntamento perfetto per festeggiare i 50 anni di storia di "Tutto il Calcio minuto per minuto". Voci che arrivano dalla radio, e non è esercizio nostalgico mettersi lì a guardare con le orecchie una partita di pallone. E' una tradizione, caso mai, italiana fino al midollo. Di quelle che stanno piano piano mescolandosi ai clichè più stantii, tipo la vecchia solfa delle mezze stagioni. Ma questo weekend cade davvero a mezza stagione, e Juve e Milan staranno lì inquadrate da un milione di telecamere arrampicate su ogni pizzo di stadio, come una volta erano cucite su una voce sola che valeva per tutti.
La prima, da Milano, fu quella di Nicolò Carosio, e a Bologna c'era Enrico Ameri. Negli anni l'etere ha accolto altri nomi, creando miti, stampando ricordi, lasciando che un timbro di voce facesse il racconto ancor più del racconto stesso. Sandro Ciotti, Nando Martellini, Alfredo Provenzali, Ezio Luzzi, Beppe Viola, Andrea Boscione, Everardo Dalla Noce, Claudio Ferretti, Bruno Gentili, e poi gli attuali Tonino Raffa, Riccardo Cucchi, Emanuele Dotto, Filippo Corsini…Un teatro della domenica, un rito pagano che spaccava il pomeriggio italiano e lasciava le strade libere, e la gente assopita sul divano a lasciarsi affabulare con gli occhi socchiusi. Un solo orario. Figurarsi che agli albori il racconto partiva dal secondo tempo, per lasciare ai tifosi la decisione lastminute: su, andiamo allo stadio! Quello sì che era sacro. Se avessero proposto, allora, di infilare una partita a mezzogiorno per ingraziarsi il palinsesto cinese, sarebbe stata rivoluzione. E invece la tv ha usato il guanto di cashmere, si è infiltrata ed è diventata un'abitudine totalizzante: diretta gol, Sky, il digitale terrestre, anticipi e posticipi, le telecamere negli spogliatoi, i "bordocampisti"…
Quello era un altro gioco, fatto di invenzioni senza urla. Se non c'era vento la "ventilazione era inapprezzabile", se il Catania andava in vantaggio sull'Inter era "clamoroso al Cibali". Ciotti indossava colletti altissimi ma non aveva ancora la voce grattugiata dalle 14 ore di diretta filata delle Olimpiadi di Città del Messico del 1968, che poi ne avrebbe fatto carne da macello degli imitatori. Il 17esimo minuto non esisteva: diventava "il minuto che intercorre fra il sedicesimo e il diciottesimo". Si prendeva la linea con garbo ("vogliate scusare, all'undecimo si è portata in vantaggio la Spal") o con veemenza ("Scusa Ameri, ma ti devo interrompere"). Erano tempi strani quelli, con gli "spalti gremiti ai limiti della capienza", altro che crisi. Il portiere parava, o tutt'al più "abbrancava in presa e si accingeva al rinvio", e la diagonale era solo una roba geometrica, semplicemente "si retrocedeva a protezione dei 16 metri". Oggi i bagliori dell'HD hanno costretto "Tutto il calcio" a organo d'informazione dei tifosi in transito, gli automobilisti che ancora non guidano guardandosi gli highlights sull'Iphone. Saranno loro a festeggiare davvero i 50 anni di pallone radiofonico, domenica sera. Pensando che il 10 gennaio 1960 di sera in tv c'era al massimo Carosello. Ma questa sì, è inutile nostalgia.
di Picci

venerdì 11 dicembre 2009

Ciao Maldini

Il 20 gennaio 1985 era ad Udine, faceva freddo e le strisce rossonere erano sottili e strette, rattrappite su una maglia di quelle che al terzo lavaggio erano già infeltrite. Paolo Maldini aveva 16 anni, i capelli corti e la catenina al collo, che i regolamenti non avevano ancora bandito come arma contundente.

Il 31 maggio 2009 a Firenze non si sa che caldo farà, perché le mezze stagioni si sono estinte con Calciopoli. Il capitano del Milan ha 41 anni e 24 stagioni intere nelle ginocchia cigolanti, ha la maglia numero 3 tessuta in ClimaCool, FlowMapping e ForMotion, ma suda lo stesso come quando esordiva adolescente. Ha i capelli lunghi, tenuti vezzosamente in ordine con una fascetta, e in tribuna due figli, Christian e Daniel, e un padre, Cesare, che allungano la dinastia con una linea retta nel tempo.



Ventiquattro anni e 902 partite in rossonero (1.041 con le Nazionali) ci sono, tra Udine e Firenze. Un quarto di secolo. "Se da bambino mi fossi scritto una storia, la storia piu' bella che mi potessi immaginare, l'avrei scritta come effettivamente mi sta accadendo", e probabilmente non l'avrebbe scritta sul suo sito web, perché quando lui era già campione internet era roba della Nasa, in ritiro si giocava a scopone e se stavi fuori chiamavi casa coi gettoni. Il pallone girava lo stesso pure se era ancora di cuoio cucito a mano, e all'addio a San Siro dopo un quarto di secolo rossonero nessuno si sarebbe mai sognato di rovinargli la festa con uno striscione: "Hai mancato di rispetto a chi ti ha arricchito".

"Orgoglioso di non essere uno di loro", ha risposto Maldini, con l'orgoglio scolpito nella roccia, una statua di morigerata eleganza. E poi ha pizzicato la societa' troppo silenziosa ("Sono deluso, non mi hanno difeso"), con Galliani costretto a difendersi in prima persona: "Era meglio tacere, io ho la scorta per i tifosi".

Un quarto di secolo fa comincia tutto così: il 20 gennaio 1985, nell'intervallo, Liedholm decide di togliere Battistini. "Vuoi giocare a destra o a sinistra?". Paolino risponde con gli occhi sgranati: "Decida lei". "Vai e divertiti", scelse Liedholm. Maldini giocò a destra, prima di diventare il terzino sinistro più forte del mondo. Titolare fisso per undici allenatori: Capello, Ancelotti, Sacchi, Zaccheroni, Liedholm, Cesare Maldini, Vicini, Tabarez, Zoff, Trapattoni, Terim. Ha giocato 53 derby, ha vinto 7 scudetti, 5 tra Coppe dei Campioni e Champions, due coppe Intercontinentali, un Mondiale per club, una Coppa Italia, 5 Supercoppe italiane e 5 Supercoppe europee e alla fine persino i tifosi dell'Inter l'hanno salutato. Perchè i simboli funzionano così, meritano un rispetto senza colori. E lui quello striscione 'nemico' se lo tiene caro assieme a pochi altri momenti: "Il provino a Linate, l'esordio, la finale di Coppa dei Campioni col Barcellona, e l'ultimo derby, lo striscione della Curva interista che mi rendeva onore come avversario. Un bel gesto controcorrente da parte dei tifosi, in un paese che in quanto a educazione sportiva non è messo bene".

Ora che Maldini non gioca più, è messo pure peggio.

30/05/09 - Picci

mercoledì 2 dicembre 2009

Fratelli di un calcio minore

Quello che state per leggere è quanto accaduto l’ultima volta che sono stato col Nero all’ “Ugo Gobbato” (1) per sostenere il MagicoPomi (2). Ovviamente i dialoghi si sono svolti in napoletano, ma, essendo questo blog rivolto a un pubblico internazionale, troverete la traduzione in italiano.

Era una piacevole domenica autunnale e i granata ospitavano il Fasano. Dopo neanche mezz’ora di gioco i pugliesi stavano vincendo per 2 a 0 e questo generava un certo malumore sugli spalti. In particolare avevano richiamato la nostra attenzione le urla che Don Peppe, un uomo sulla cinquantina, rivolgeva all’ala destra locale, colpevole di essere troppo vicino alla tribuna per motivi puramente tattici.

Don Peppe consigliava a gran voce al ragazzo di abbandonare il calcio in quanto aveva intravisto in lui le qualità del grande calzolaio (3), quando fu interrotto da un uomo dalla camicia improbabile e i capelli rossi che, spacciandosi per suo nipote, lo invitava a dare un taglio alle critiche (4).

Il maturo spettatore, forse indispettito dalla speranza disattesa di abbracciare il nipote, rispose al rosso di non interessarsi della vita privata altrui (5) e diede inizio ad un’animata discussione che, un po’ alla volta, aveva messo in secondo piano lo svolgere della partita fino a quando, utilizzando una lapidaria espressione napoletana, ‘on Peppe chiese alla piccola folla che lo tratteneva chi fosse costui che si presentava dinanzi a lui con fare spavaldo (6).

In effetti, chi era quest’uomo dalla camicia improbabile che stava rischiando la vita per difendere un’ala destra che, oltre tutto, stava giocando maluccio? La risposta contiene tutta la magia dei campi polverosi di provincia: l’uomo dalla camicia improbabile era il fratello dell’ala destra.

La notizia tramutò una rissa da stadio in un dibattito etico e morale sui diritti dei parenti dei calciatori. Mentre Geruzz, Nicola e Totore Buttiglione esprimevano il loro parere e mentre noi trovavamo conferma della parentela nell’evidente somiglianza tra il numero sette e la camicia improbabile, ‘on Peppe chiuse la discussione appellandosi ai suoi sacrosanti diritti di consumatore e sportivo: “Uagliò… je agg pavat o’ bigliett… e dico chell che voglio je…”

Per la cronaca, il MagicoPomi ribaltò il risultato. Vincemmo 3 a 2.
(1) Stadio Comunale di Pomigliano D’Arco (NA)
(2) Pomigliano Calcio 1920, attualmente militante nel girone H di Serie D.
(3) “Scarpàààààààà”
(4) “O’zì mò a vulit fernì nu poc e ce facit verè a partit ‘ngrazia e’ Dio?”
(5) “Ma tu pecchè nun te fai e’ cazz tuoje?”
(6) “Né ma chist chi cazz è?”

martedì 19 maggio 2009

Lo Scudetto da divano

Volevo ringraziare la lega calcio per il decennale lavoro di sterilizzazione di questo sport. Sono passati 16 anni dal giorno del primo posticipo su Telepiù, ma quest’anno il Pres. Matarrese è riuscito in un’impresa che ai suoi predecessori era sempre sfuggita: lo scudetto da divano.

Infatti grazie al colpo di genio di qualche giovane dirigente rampante (Galliani in realtà ha 28 anni portati malissimo), noi interisti ci siamo ritrovati a celebrare lo scudetto davanti a una partita del Milan. Paradosso e caso (per ora) unico della storia del calcio.

Vero, se il Milan avesse battuto l’Udinese il rituale sarebbe stato lo stesso: tutti a San Siro a spingere i nostri 11 eroi per gli ultimi 90 minuti. Ma dite la verità: se la situazione fosse stata capovolta, voi che avreste fatto? Io avrei preferito perdere 5 a 0 in casa con la Sambnedettese pur di rovinare un po’ la festa del Milan. Non escludo che l’abbiano fatto anche loro.

Vediamo nel dettaglio le categorie impattate i principali effetti registrati:

Tifosi di terza categoria:
seguono l’Inter come si segue la Nazionale, solo nelle grandi occasioni. Avrebbero festeggiato con gli amici, una pizza e una birra davanti alla tv ma hanno dovuto anticipare la festa e sostituire un match scudetto con "Angeli & Demoni".
Effetto: calo delle vendite per le pizzerie.

Tifosi di seconda categoria:
seguono l’Inter da quando avevano 8 anni e recitano a memoria la formazione dell’Inter di Trapattoni (1). Avrebbero festeggiato con gli amici, una pizza e una birra davanti alla tv ma si sono ritrovati con un occhio a gufare il Milan e con l’altro a guardare i gol di Ibrahimovic su youtube in un clima surreale.
Effetto: aumento dello strabismo.

Tifosi di prima categoria: seguono l’Inter da quando avevano 8 anni, recitano a memoria la formazione dell’Inter di Trapattoni (1) e erano abbonati alla Nord anche quando a centrocampo avevamo le SS (2). Avevano dormito fuori le biglietterie pur di essere a San Siro il giorno dello scudetto, ma si sono visti tramutare il prezioso biglietto in carta straccia.
Effetto: crisi economica.

Calciatori dell’Inter: dopo aver sudato sul campo per 35 domeniche hanno festeggiato la vittoria dello Scudetto sul divano della Pinetina come se avessero vinto un torneo di Playstation. Inoltre dopo aver calpestato l’erba del Santiago Bernabeu, di Highbury e di San Siro, per non deludere i tifosi che li avevano raggiunti in ritiro, si sono ritrovati a correre e esultare nientedimeno che nel prato di Appiano Gentile (provincia di Bergamo) come se avessero appena vinto il Girone C del campionato Interregionale.
Effetto: dilettanti alla Playstation.

Con un po’ di nostalgia, da PKSport è tutto, a te la linea Ameri.


(1) ZengaBergomiBrehemeBertiFerriMandorliniBianchiMatteoliDiazMatthausSerena
(2) Seno+Shalimov

mercoledì 13 maggio 2009

La nona medaglia d’oro di Phelps (o Piccola lezione di giornalismo)

Una "breve" da La Repubblica:

Altri guai per Michael Phelps, dopo il caso della cannabis e alla vigilia del ritorno in piscina. Una ballerina lo accusa di aver fatto sesso con lei e una sua amica: "Per 180 minuti, che maratoneta".
In alto: la ballerina che accusa Phelps

Guai? Accusa?
Quest'uomo, oltre ad essere probabilmente il più forte nuotatore di tutti i tempi, è anche in grado di ciularsi due ballerine in contemporanea per 180 minuti... un'andata e ritorno di Champions (mo' ce vo') a letto.... e beccarsi i complimenti ("maratoneta")!
GUAI? ACCUSA?

Ma chi l'ha scritta quella "breve"?

Maestro, insegnaci....

Picci 13-05-09



Addio Adriano: l’Imperatore torna in favela

In Brasile dicono "Deus nao deu asa ao cobra", "Dio non ha dato le ali al cobra". Adriano resta in Brasile, senza ali, avvelenato dal morso della saudade e non solo. In ciabatte per ora, mentre il suo procuratore Gilmar Rinaldi tornava a Milano per stracciare il contratto con l'Inter.

E' finita, davvero. Ha vinto lo stress, la favela, mamma Rosilda, le feste, qualche birretta in piu', e fa niente se al tavolino stai con i narcos. Ha vinto l'animo carioca che proprio nonc'entra niente con la Milano che "lavura" e basta. Per quella servono i paulisti, brasiliani robot come Kaka'.

Romario, Edmundo, lo stesso Ronaldo, tutti figli della stessa citta': Rio deJaneiro. Lavoro, si', ma mai come priorita'. E piu' sono poveri e piu' morbosamente s'attaccano alla loro citta'. La piu' bella del mondo senza cliche'. Perche' almeno li' hanno il sole, il mare, le feste di strada e la birra a 1 real (0,33 cent di euro). Anche se Vila Cruzeiro e' una bidonville. Se vivessero in un'altra citta', poveri come sono, dovrebbero solo lavorare. Niente scampo, niente svaghi.

Li', nel suo ghetto, c'e' un bar che si chiama "O Cantinho do Adriano", l'angoletto di Adriano, con tanto di murales celebrativo: "Dalla favela al mondo". Andata e, stavolta, ritorno.

Picci & Kappa
24-04-09